La comunità LGBTQIA+ ucraina durante la guerra. Tra l’incudine dell’eteropatriarcato ed il martello dell’omonazionalismo

La situazione allo scoppio della guerra

Agli uomini dai 18 ai 60 anni è stato vietato di lasciare il paese. Questo è quello che ha dichiarato la Guardia di Frontiera ucraina in relazione all’attacco russo avvenuto il 24 febbraio. Il divieto è stato emanato con la proclamazione della legge marziale voluta dal presidente ucraino Zelensky all’indomani dell’invasione delle truppe di Mosca. Il fine di tutto questo è il seguente: “garantire la difesa dell’Ucraina e l’organizzazione di una mobilitazione tempestiva“. In pratica, siamo di fronte alla leva coatta ed al sacrificio di vite umane per il bene della Patria nell’ora del pericolo, con i tribunali militari che hanno preso il posto di quelli civili e che tratteranno come nemico qualunque individuo refrattario alle sirene della difesa nazionale.

La situazione di guerra ha acuito le contraddizioni interne della società ucraina, attraversata negli ultimi trent’anni da una violentissima costruzione del mito nazionalista. Di questo ne avevamo già parlato sul trattamento riservato alle persone non ucraine, specialmente africane ed asiatiche, all’indomani dell’invasione quando l’esodo di massa è stato trattato diversamente a seconda del colore diverso della pelle. [1]
Questo processo, ovviamente, si è manifestato nelle violenze cisetero-normate contro la comunità LGBTQIA+. Del resto, la società ucraina, similare a quella europea, basata su un’identità di tipo “occidentale” e cristiana, non è estranea a questo tipo di violenze. Poco più di un mese fa, ad esempio, un centro di aggregazione LGBTQIA+ era stato danneggiato a Kharkiv e ricoperto di graffiti con minacce di morte e riferimenti al cristianesimo. Un anno prima, sempre a Kharkiv, la “Marcia per l’uguaglianza” indetta dalle realtà LGBTQIA+ cittadine era stata fisicamente attaccata da membri dell’estrema destra. In rete è possibile reperire cronache di episodi simili che vanno ancora più indietro nel tempo.[2]

Il “Transgender Europe Network” ha stilato una lista dei problemi a cui le persone trans-binary e trans-non binary potrebbero andare incontro in questo momento.
Un esempio è l’impossibilità di passare dai check-points interni a causa dei loro documenti; ciò significa che non possono fuggire dal paese.
C’è di più però: il rischio per queste persone è maggiore è se si trovano in un’età compresa tra i 18 e i 60 anni e/o vengono percepite come “uomini” o hanno la dicitura “uomo” sui loro documenti.
Inoltre, i rischi aumentano nel caso in cui queste persone debbano utilizzare un passaporto biometrico per entrare in paesi dell’Unione Europea. Questo perchè i loro documenti li identificano in un modo in cui non sono rappresentati, portando ad una quasi sicura esclusione dalle misure di difesa civile,impedendo de facto l’accesso a mense, ripari o altri servizi essenziali.

Le testimonianze
Il sito Vice News ha riportato nei giorni scorsi la testimonianza di alcune persone trans-binary e trans-non binary rimaste bloccate in Ucraina a causa della situazione in corso.

I gruppi e le ONG per i diritti umani hanno consigliato a queste persone di “perdere” i loro documenti in modo che possano uscire dall’Ucraina. Secondo queste organizzazioni, sarebbero centinaia le persone trans-binary e trans-non binary a rischio

Ad esempio,un uomo trans ha dei documenti in cui il genere riportato è femminile ed è presente il suo deadname, mentre le persone trans-non binary intervistate hanno paura di passare il confine e di andare nei paesi confinanti (come Polonia e Ungheria) perché sono note le ostilità delle dirigenze politiche e religiose verso le persone LGBTQIA+.
La Polonia è quel paese che vanta al suo interno delle zone “LGBTQIA+ free”, mentre l’Ungheria, fino allo scorso anno, si era scontrata con i vertici dell’Unione Europea a causa di una legge “anti-propaganda gay”. Entrambi i paesi, come ben sappiamo, sono governati da partiti sovranisti di destra.

Tra le persone intervistate, vi è la testimonianza di Zi Faámelu, una musicista trentunenne:

Come centinaia di persone trans in Ucraina sono una donna, ma nel mio passaporto ed in tutti i miei documenti è riportato “uomo”. Quindi questa è una guerra dentro la guerra. Le persone trans ucraine stavano già lottando per le loro vite.
Ci sono centinaia di noi bloccate in questa maniera, che stanno vivendo vite miserabili. Abbiamo bisogno di supporto dall’estero. Abbiamo bisogno che le persone scrivano ai loro politici ed alle organizzazioni umanitarie per aiutarci“.

Allo stato attuale delle cose, le persone trans-binary e trans-non binary in Ucraina possono ottenere il riconoscimento legale del proprio genere; ma questo processo è stato descritto da Faámelu come “umiliante“: “[le persone] rimangono in istituti psichiatrici per mesi [e devono sottoporsi] a test fisici e psicologi per provare il proprio genere“.

Sono completamente sola adesso. Tutte le persone nel mio quartiere se ne sono andate. È una situazione pericolosissima ma sto cercando di rimanere ottimista. Ho visto persone scappare per salvarsi, ed urlarsi di lasciare stare tutti i beni materiali e semplicemente andarsene – ma io devo rimanere dove sono. È l’unica opzione per me in questo momento. È già molto pericoloso per me essere una persona trans in Ucraina in tempi normali, quindi adesso è impossibile. Molte persone gay in Ucraina possono mescolarsi al resto della società adesso, ma per le persone trans è impossibile. Ci sono così tanti tratti fisici per cui siamo attaccate – mento grosso, spalle larghe – veniamo picchiate, veniamo uccise. Abbiamo bisogno di andare via adesso, ma non possiamo nemmeno lasciare i nostri appartamenti. Vedranno il mio passaporto e vedranno “uomo”, vedranno il mio nome alla nascita, mi chiameranno “uomo in gonnella” e mi attaccheranno“.

Faámelu ha detto che nel suo quartiere girano degli individui armati che minacciano le persone trans.

Adesso sono ancora più spaventata di essere in Ucraina perché tutti hanno un’arma. Ora chi vuole attaccarmi ha una scusa per portare avanti il proprio odio e violenza. Le persone sanno dove vivo. Ogni suono che viene da fuori fa paura. Le persone trans adesso si sentono dimenticate, trascurate, abbandonate. In realtà siamo invisibili in questo momento. Abbiamo bisogno delle Nazioni Unite, abbiamo bisogno delle organizzazioni per i diritti umani. Abbiamo bisogno che le persone ci aiutino ad essere notate.

Robert, un uomo trans di 31 anni che vive a Kharkiv, è stato intervistato da Vice News. Grazie alla terapia ormonale Robert riesce a “passare per uomo” ma i suoi documenti riportano ancora la dicitura “donna“.

I miei genitori hanno provato ad uccidermi quando ho detto loro di essere una persona trans. Qui tutti mi conoscono come “lui”, nessuno sa della mia situazione. Questo è il motivo per cui adesso sono in grande pericolo. Ho molta paura per la mia vita. Un sacco di persone si sono offerte di aiutarmi una volta che arrivo in altri paesi, ma non posso passare attraverso l’Ucraina in queste condizioni. Il problema qui è che puoi sembrare una cosa, ma i tuoi documenti dicono una cosa diversa. Non posso lavorare, non posso avere un conto in banca, non posso avere una patente di guida. Non posso continuare l’università perché questa non approva i miei documenti. Ho fatto il parrucchiere, ho pulito bagni ed appartamenti, solo per poter mangiare. Questo non è vivere ma sopravvivere.

Rain Dove, un organizzatore che ha lanciato una raccolta fondi per sostenere le persone queer in difficoltà, in un’intervista ha consigliato alle persone trans-binary e trans-non binary come poter fuggire dal paese: “se sei una donna trans con una “M” sul passaporto, o se sei di genere non conforme con una “M”, ti consigliamo di “perdere” il passaporto prima di parlare con degli ufficiali ucraini. Nascondi i documenti in una bottiglia d’acqua o nelle scarpe. Se viene fermat* puoi semplicemente dire che non sei del posto, o puoi dire che sei un* studente in Ucraina, o che eri in visita. Senza documenti, verrai mandat* ad una lunga coda per stranieri, ma dopo parlerai con ufficiali delle nazioni confinanti, e potrai presentare la tua carta d’identità senza problemi. Questa ha funzionato tutte le volte al 100%. Se sei un uomo trans con una “F” sulla tua carta d’identità, preparati al gaslighting da parte delle autorità ucraine. Ti diranno “Se sei un vero uomo allora combatti per il tuo paese”. Questa purtroppo è una cosa comune. Puoi anche nascondere la tua carta d’identità, ma sappiamo che alcune persone sono rimaste per combattere.

Un’altra testimonianza è quella di Iulia, una studentessa di legge diciottenne, che ha posto l’attenzione sulla situazione in cui le persone queer si troverebbero nell’affrontare un’occupazione russa dell’Ucraina.
Questo significherebbe una minaccia diretta per me, e specialmente per la persona che amo. In Russia, le persone LGBTQIA+ sono perseguitate. Se immaginiamo che la Russia occuperà tutta l’Ucraina o comunque una grossa porzione del paese, non ci permetteranno di esistere pacificamente e di lottare per i nostri diritti come riusciamo a fare in Ucraina adesso“.

Questa preoccupazione è aggravata dal fatto che, secondo un report degli Stati Uniti presentato all’Organizzazione delle Nazioni Unite pochi giorni prima della guerra, la Federazione Russa avesse preparato una lista di proscrizione in cui venivano inclusi una serie di nomi non graditi all’apparato statale russo. In particolare, secondo Bathsheba Crooker, ambasciatore statunitense presso le Nazioni Unite, la lista includerebbe “fasce di popolazione vulnerabile come minoranze religiose ed etniche e le persone LGBTQIA+. Nello specifico, abbiamo informazioni credibili che indichino come le forze russe stiano creando liste di ucraini identificati da uccidere o da mandare in campi di detenzione in seguito ad un’occupazione militare.

Una guerra, prima ancora di essere guerreggiata, è innanzitutto una guerra di informazioni e di propaganda, per cui è difficile dire quanto ci sia di vero nelle parole dell’ambasciatore statunitense. Tuttavia non è difficile credere che misure di questo tipo possano essere messe in atto dall’esercito russo. Teniamo sempre a mente che la Russia è un paese decisamente poco tenero nei confronti di qualunque individuo o gruppo interno percepito come nemico, con casi provati di torture ed assassinii di personalità più o meno scomode al regime putiniano.

Questo tipo di considerazioni hanno portato alcune organizzazioni, come “Kyiv Pride”, ad organizzarsi per sostenere direttamente l’esercito ucraino, fornendo materiale e corsi di primo soccorso a chi fosse interessat*.

Uno degli organizzatori del “Kyiv Pride”, Edward Reese, ha dichiarato quanto segue:

Abbiamo paura, perché è naturale, ma non siamo andati nel panico. Abbiamo fatto delle donazioni all’esercito. So che ieri [24 febbraio], la raccolta fondi per supportare l’esercito ucraino ha raggiunto il massimo nella sua storia di donazioni. Ed il “Kyiv Pride” ha anche pubblicato un appello per donare, e so che le persone LGBTQIA+ hanno donato. Ed anche io ho donato per il battaglione medico. In realtà crediamo che non avverrà [l’occupazione russa], ma se dovesse avvenire, sono sicuro che molte persone LGBTQIA+, ed io stesso, non scapperemo dal paese e lotteremo e li distruggeremo. L’Ucraina è un paese europeo. Abbiamo una storia di marce del Pride lunga 10 anni, e come sapete, in Russia la situazione è opposta. Abbiamo percorsi totalmente differenti…vediamo i cambiamenti nella mente delle persone riguardo i diritti umani, i diritti LGBTQIA+, il femminismo e così via…Quindi in definitiva non vogliamo e non avremo niente che sia collegato alla Russia.

Andrii Kravchuk, che lavora al “Nash Mir Gay and Lesbian Centre in Ukraine”, ha riportato al “The Daily Beast” quanto segue:

Siamo molto consapevoli delle minacce che abbiamo affrontato – sia come ucraini che come persone LGBTQIA+. Abbiamo capito che un’occupazione russa significherebbe totale illegalità e repressione – lo vediamo proprio ora nei territori ucraini occupati della Crimea e del Donbass. Ora abbiamo solo due opzioni: o difendere il nostro paese, e diventare parte del mondo libero, oppure non ci sarà più alcuna libertà per noi e non ci sarà più nemmeno l’Ucraina.”

Dichiarazioni del genere si inseriscono perfettamente nella narrazione dello scontro di civiltà che abbiamo visto negli ultimi giorni, ossia lo scontro tra mondo libero e barbarie, tra democrazia ed autocrazia.

Il nazionalismo come tomba del movimento LGBTQIA+
Fino alla fine degli anni ’90, le persone non eterosessuali erano considerate malate, anormali e abiette. Con gli inizi degli anni 2000, il prolificare di tutta una serie di leggi verso queste persone ha, da una parte, messo in discussione una chiusura culturale-legale e, dall’altra, innescato dei fenomeni integrativi di queste soggettività.
Secondo Lisa Duggan in “The Twilight of Equality?: Neoliberalism, Cultural Politics, and the Attack on Democracy” del 2003, la normalizzazione così raggiunta ha portato ad una omonormatività che “non sfida le istituzioni e i valori eterosessisti, ma piuttosto sostiene, supporta e cerca l’inclusione al loro interno”.
In sostanza, con l’omonormatività si riconoscono strutture di potere come matrimonio, esercito, famiglia, lavoro, capitale, patria, Stato etc.
Ma il principale riconoscimento è quello di aver accettato e fatta propria la normatività di genere del dominio (maschile e femminile), rendendosi così indistinguibili dalla maggioranza eterosessuale.

Prendiamo il caso degli Stati Uniti. Gli attentati alle Torri Gemelle del Settembre del 2001 e le guerre in Afghanistan e Iraq hanno portato ad un’esacerbazione del patriottismo americano in cui lo scontro di civiltà tra civilizzati e barbari era inevitabile. Con una visione ideologica-culturale del genere, lo Stato ha sostenuto la democrazia statunitense, trasformando e modellando le persone non-bianche (e aggiungiamo di fede religiosa non cristiana (come i/le musulman*)) come terroriste.

Questi casi di discriminazione culturale-statale non sono nuovi negli USA. E non saranno nemmeno gli ultimi. Il problema, però, è come i/le supporter dell’omonormatività, rigorosamente bianch* e di classe media e media alta, abbiano sostenuto il patriottismo e il nazionalismo come cardini dell’egualitarismo occidentale, rigettando qualsiasi forma di anti-patriottismo e antinazionalismo ed etichettando le persone non-bianche, specie di fede musulmana, come anti-americane.

Questo rigetto ed ostilità verso il diverso o il non-bianco, come spiega Jasbir K. Puar in “Terrorist Assemblages: Homonationalism in Queer Times” del 2007, trae origine da una visione distorta che l’omonormatività ha verso il mondo Occidentale. Tale mondo viene considerato come faro della civiltà e della difesa dei diritti LGBTQIA+; il diverso, il non-occidentale o il non bianco sono una minaccia verso questi diritti assunti come dei veri e propri privilegi di classe, di genere e di razza.

Ed ecco come il nazionalismo del mondo LGBTQIA+ assurge a paradigma progressista occidentale quando, in realtà, è marcio ed iniquo da far schifo.
Il contesto ucraino e certe testimonianze sulla difesa della propria nazione perchè più evoluta o liberale di quella russa, non sono altro che il trionfo della normatività e la tomba di qualsiasi forma di radicalismo e sovversione dello stato di cose presenti.

Il nazionalismo rimane un cancro che affligge l’umanità da diversi secoli, che divide comunità ed individui su basi artificiose, spesso creato con la violenza fisica, culturale e psicologica verso intere fasce di popolazione.
Tingerlo di rainbow non lo renderà meno mortale.

Note
[1] https://gruppoanarchicogalatea.noblogs.org/post/2022/03/04/razzismo-di-stato-e-supremazia-bianca-europea-la-gerarchia-razziale-allopera-nella-crisi-umanitaria-in-ucraina/

[2] Sul sito di ILGA-Europe è possibile trovare notizie in merito.
Link: https://www.ilga-europe.org/tags/ukraine
All’indirizzo di seguito è possibile invece leggere una breve panoramica della situazione riguardante i diritti umani per la comunità queer del paese. Link: https://www.ilga-europe.org/sites/default/files/2022/ukraine.pdf

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